venerdì 18 marzo 2011

Intervista esclusiva a Giacomo Costa


L'idea di contattare Giacomo Costa mi viene quando vengo a sapere della lecture che terrà a Roma il 24 marzo, presso l'Istituto Quasar. Negli anni, mi è capitato spesso di vedere sue opere, ma non sono mai andato ad approfondire il vissuto privato e artistico che c'era dietro; certamente ho sempre notato l'incidenza dell'architettura nei lavori e come spesso questi riportassero nella mia mente i progetti di architetti visionari del secolo scorso. Informandomi meglio su di lui, è emerso un personaggio dalla vita piuttosto movimentata, motociclista fin da ragazzo, alpinista, volontario sulle ambulanze, insomma l'opposto dello stereotipo di artista che ci si potrebbe immaginare. 
Inizia la sua carriera artistica partendo dalle fotografie di paesaggi di montagna, per poi spostarsi verso campi di ricerca più contemporanei, abbracciando le tecnologie della computer grafica, anche se lui tiene a definirsi come fotografo (…ritengo di fare fotografie e niente di diverso.) E' proprio questa sperimentazione che lo fa conoscere ad un pubblico più vasto e lo porta ad esporre in tutta Italia (nel 2009 anche alla Biennale di Venezia) e all'estero (Londra, Chicago, New Orleans, New York, Parigi).
Sempre nel 2009 pubblica il libro "The chronicles of time" con i testi di Norman Foster e Luca Beatrice, e avere il commento di un premio Pritzker vi lascia intuire come il suo lavoro sia legato a doppio filo con il mondo dell'architettura e del costruito.
 Ho deciso quindi, di chiedergli un'intervista per sapere come lui vivesse questo rapporto con l'architettura e se quelli che io ritenevo riferimenti fossero realmente la base dei suoi lavori e le risposte che ne sono venute fuori sono davvero interessanti. Prima di lasciarvi all'intervista ricordo ancora l'incontro con Giacomo Costa che si terrà giovedì 24 marzo alle 18, presso l'Istituto Quasar in via Nizza 152, a Roma, intitolato Metropolis.Digital.Art.
- Analizzando cronologicamente le tue opere si nota come queste siano in continua evoluzione, l’architettura però è sempre presente al loro interno. Partiamo da qui, qual è il tuo rapporto con l’architettura e la città? E in particolare il rapporto con la tua città, Firenze?
Giacomo Costa: L'architettura è per me l'abito che fa il monaco. Se guardo il centro storico di Firenze vedo come si rapportava l'uomo rispetto allo spazio nel medioevo e nel rinascimento, se vedo la periferia capisco l'uomo degli anni sessanta. L'architettura, come ogni forma di manifestazione culturale, è specchio di un pensiero e di una visione. La mia città è il luogo dove sono nato e cresciuto, è la rappresentazione metaforica del mio habitat fisico e culturale, le sono molto legato a prescindere da una valutazione di merito che sarebbe comunque molto critica.


- Ho visto che hai anche partecipato ad un laboratorio di urbanistica presso l’università di Firenze, da chi era tenuto il corso? Che cosa hai tratto da questa esperienza?
GC: Era una lezione nell'ambito del corso tenuto da Francesco Ventura e come spesso accade si incentrava sul rapporto libero da esigenze reali che un'artista ha rispetto alle problematiche affrontate da chi viceversa è costretto a relazionarsi al reale rischiando di esserne troppo influenzato. La libertà che un'artista ha è un bene che anche un architetto dovrebbe riuscire a conquistare.




- Guardando i tuoi lavori mi vengono in mente numerosi riferimenti (Sant’Elia, l’architettura radicale degli anni ’70, il costruttivismo russo) quali tra questi sono realmente voluti?
GC: La mia storia personale è fatta di esperienze lontane dall'architettura e dall'arte…ho lasciato il liceo per correre in moto per poi passare all'alpinismo ed infine approdare alla fotografia di paesaggio e poi di moda. Nessun riferimento era ed è voluto ma è conseguenza necessaria di chi affronta il mondo con occhio ingordo.
Ci sono realtà, aspetti della cultura che si assorbono anche senza volerlo e chi è affascinato dalla città senza accorgersene si ciba di certe riflessioni e di certi immaginari siano essi provenienti dal cinema o dalla letteratura o dall'architettura…e naturalmente dalla cronaca, dalla politica e dalla società intera.
- In particolare le tue vedute sembrano una citazione del monumento continuo progettato da Superstudio. Qual è il tuo rapporto con la scuola fiorentina degli anni ’70?
GC: Questa domanda si collega alla precedente ma mi da lo spunto per approfondire al questione.
Fin dai miei esordi nel mondo dell'arte il mio lavoro è subito entrato in contatto con il mondo dell'architettura per evidenti riferimenti reciproci.
Questo mi ha permesso di entrare in contatto con molte persone che mi hanno stimolato riflessioni e suggerito sguardi che io avevo solo in maniera istintiva.
Da subito i riferimenti sono quelli che tu citi nelle tue domande e andando ad approfondire è stato un po' come andare dallo psicologo il quale ti fa scoprire dei lati della tua persona che hai ma che non hai mai tirato fuori coscientemente. E' stato un viaggio interessante che mi ha fatto comprendere meglio il mio lavoro.
- Hai qualche architetto di riferimento o che segui con particolare interesse?
GC: In generale mi piacciono le architetture perverse e spesso quelle più truci, mi piacciono le periferie senza controllo, i casermoni disumani, i palazzi anni 50 e 60 senz'anima e senza senso.
Le periferie mediorentali e i grandi complessi industriali.
Non saprei quindi citare dei nomi specifici.

- I tuoi lavori sono un ibrido tra fotografie e dipinti, in che modo li percepisci?
GC: Le tecnologie che si sono sviluppate e che continuano inesorabilmente la loro corsa verso il fotorealismo sono quelle che mi hanno permesso di dipingere in qualità fotografica e di dare un senso di reale ai miei immaginari mentali. Sebbene molti fatichino a classificare il mio lavoro, io lo ritengo molto fotografico anche se utilizzo un obbiettivo virtuale difronte al quale si presenta un soggetto anch'esso virtuale. In pratica sono foto della mia mente.



- Nei primi decenni del 900 gli architetti per trasmettere l’idea della realizzazione finale dell'edificio utilizzavano dei collage di disegni su fotografie, oggi tutto questo avviene attraverso la computer grafica, rendering e post-produzione. Sembra che il tuo percorso di crescita artistica ricalchi in qualche modo questo passaggio. Il contributo fotografico nella totalità dell’opera sembra ridotto quasi al minimo, alcuni lavori sono esclusivamente prodotti attraverso il computer, oppure utilizzi comunque una base fotografica da cui poi partire per l’elaborazione?
GC: All'inizio della mia ricerca, nel 1996, la potenza dei computer non permetteva di liberarsi completamente dalla realtà fotografica e quindi ero costretto a partire da una base fotografica che poi andavo a manipolare con photoshop. Adesso abbiamo macchine sufficientemente potenti da poter realizzare immagini fortemente fotografiche pur non avendo alcun elemento tratto da fotografie. Tuttavia ritengo la fotografia un linguaggio piuttosto che un oggetto e nei miei lavori il linguaggio è strettamente fotografico per tanto ritengo di fare fotografie e niente di diverso. D'altronde nel cinema oramai la gran parte del girato è quasi tutto di origine digitale ma sempre cinema viene considerato!
- Come si svolge il processo creativo, quali programmi utilizzi per raggiungere il risultato finale? Inizi da uno schizzo a mano per focalizzare l’idea o direttamente dal computer?
GC: Tutto il processo creativo si svolge al computer ed il percorso ruota attorno all'utilizzo di 4 software: form-z per la modellazione architettonica, maya per le forme più antropomorfe ed organiche, xfrog per disegnare le piante e vue per creare le atmosfere ed i rendering finali.
In funzione dell'idea posso partire da ciascuno di questi software per poi spostarmi sugli altri in base alle esigenze.


- Nel 2009 sei stato invitato alla Biennale di Venezia, sicuramente un traguardo importante per un artista. Da dove nasce l’idea dell’opera proposta in tale occasione?
GC: Tutti i miei lavori ruotano attorno ad alcuni elementi che ricorrono sempre quali l'acqua, le montagne, la natura, la città ed altri. A volte prevale uno di questi sugli altri altre volte un altro. Tutti questi elementi originano da mie esperienze e suggestioni nate nel corso della mia vita. La visione della natura quasi magica è un retaggio infantile che si è risvegliato prepotentemente dopo aver letto il libro 'il mondo senza di noi' di Alan Weisman che esplora quale sarebbe il destino delle nostre città dopo l'estinzione dell'uomo e che dimostra come la natura sia forte e indomita nonostante la continua vessazione alla quale è sottoposta dall'invasivo essere umano. Questo genere di problematica è spesso all'origine delle mie riflessioni che tendono a mostrare la difficoltà di rapporto che c'è tra l'uomo e l'ambiente e tra i nostri modelli di sviluppo e l'equilibrio del mondo.
In questa fase della mia ricerca è la natura ad avere la sua rivalsa sull'uomo e sulle conseguenze delle sue scelte.
- L’immagine che emerge da private garden, come da molte altre tue opere, è quella di una civiltà in declino, morente o post-apocalittica, in questo aspetto si può leggere una critica verso il modello di civiltà occidentale o forse un monito per scongiurare una catastrofe ambientale portata avanti dall’uomo?
GC: Come dicevo le mie opere esprimono una visione quasi didascalica di ciò che l'uomo sta facendo e di come esso interpreta il suo rapporto con ciò che lo circonda. Non esprimo un monito in senso diretto ma mostro con crudezza la realtà, sta poi allo spettatore trarre le sue conclusioni e vi assicuro che non sempre sono univoche…c'è chi ci legge un'esaltazione futurista della civiltà umana mentre altri una corsa folle verso l'estinzione e questo dimostra che molto dipende dal proprio punto di vista!

- La maggior parte delle tue realizzazione è su grandi formati, da cosa nasce questa scelta? Puro gusto estetico o deriva da tua precise necessità? Hai mai pensato di proporre opere di dimensioni più ridotte?
GC: Il mio principale riferimento culturale è il cinema e da questo deriva il mio amore per i formati molto orizzontali e quindi anche molto grandi. Quando concepisco una nuova immagine parto immaginandola grande e per questo motivo lavoro molto sui dettagli che una volta ingranditi devono reggere allo sguardo dello spettatore. Tuttavia io amo moltissimo la riproduzione tipografica dei miei lavori amando moltissimo l'idea di diffusione quasi virale del mio lavoro sia a mezzo stampa tradizionale sia a mezzo internet e per tanto le miei immagini devono reggere anche il piccolo formato al quale però lascio il compito comunicativo mentre scelgo il grande formato per il ruolo espositivo.
- Ho letto che lo scorso maggio hai accompagnato Irene Grandi nel suo tour teatrale, com'è nata questa collaborazione?
GC: Il rapporto con Irene è al di là dell'ambito artistico. La nostra amicizia nasce al tempo del liceo quando io facevo il motociclista e lei la studentessa. Siamo cresciuti assieme anche se in direzioni diverse e sempre ci siamo influenzati e stimolati. La collaborazione nata quest'anno è stata una cosa spontanea quasi fosse una naturale conseguenza di un percorso affrontato fianco a fianco.
- L’approccio per uno spettacolo dal vivo è sicuramente diverso rispetto alla preparazione di un'opera da esporre, anche la differenza tra la staticità di una foto rispetto alla dinamicità di un video incide sul lavoro. Come hai interpretato questa nuova sfida? Ti è piaciuto?
GC: Irene aveva una sua traccia, un suo racconto che voleva descrivere con un'ambientazione visiva. E' stata lei che seguendo il mio libro 'the chronicles of time' e fondendolo con i riferimenti che aveva in mente ha costruito una sorta di scaletta di immagini. Collaborare con ambiti diversi dal mio è sempre molto stimolante e mi permette di evitare il rischio dell'autoreferenzialità che è la cosa più tremenda che possa capitare ad un'artista.
- La tua vita è stata molto “varia” da quello che si può leggere sul tuo sito, si capisce che alcune esperienze sono state per te significative. Cosa ti ha spinto a cambiare così spesso, e come ti ha arricchito tutto questo “movimento”?
GC: Le cose che faccio sono sempre conseguenti ad una mia forte esigenza interiore, quasi una necessità, e ciò deriva da un percorso di conoscenza che inizia quando si è bambini e non si conclude mai. Questo mio bisogno di esplorare, come ogni viaggio interiore, porta necessariamente a muoversi e a concepire la propria storia come un qualcosa di fluido. Il cambiamento è quindi una conseguenza di un modo di vivere e non è traumatico ma anzi permette un arricchimento interiore che poi si rivela utile come base di partenza per ogni nuova esperienza. Potrei dire che il rapporto con la montagna è stato molto più duro e traumatico che il relazionarsi all'ambiente dell'arte ma solo perché l'uno è venuto prima dell'altro.

- Le tue opere suscitano sensazioni contrastanti, allegria, tranquillità, stupore, inquietudine; questa alternanza rispecchia il tuo stato d’animo o il contesto in cui ti trovi?
GC: Certamente alla base della mia ricerca c'è sempre un'influenza autobiografica ed il mio altalenante stato d'animo certamente è percepibile nel mio lavoro anche se ritengo che molto dipenda anche dall'occhio che osserva le mie immagini.
- Il 24 Marzo sarai ospite presso l’istituto Quasar di Roma per tenere una lezione sulla metropolis.digital.art. come ti stai preparando e che temi pensi di affrontare?
GC: Il tema che viene affrontato negli incontri organizzati da Carlo Prati è, citando le sue parole, "la visione, la capacità di lavorare su territori immaginifici non definiti da categorie consuete" per tanto sembra un ciclo di incontri calato esattamente sul mio lavoro. Penso quindi che mi racconterò e che racconterò il mio mondo e il mio modo di lavorare con una particolare attenzione al rapporto tra me e la fotografia tradizionale di cui, come dicevo, mi sento un protagonista anche se i tradizionalisti storcono il naso.
- Progetti per il futuro? Dove stai indirizzando la tua ricerca ora?
GC: La mia ricerca fotografica sta esplorando adesso i territori desertici privi di alcuna traccia vivente sia umana sia vegetale ma dentro di me da anni cova il germe dell'animazione e del video che forse un giorno riuscirò ad affrontare.


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